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Le Feste Contadine in Abruzzo |
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Le Feste Contadine in Abruzzo |
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Le Feste Contadine in Abruzzo |
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Le Feste Contadine in Abruzzo |
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Le tempora di quaresima o della rifondazione Le tempora di Pentecoste o della rinascita |
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Per una Bibliografia generale sulle feste contadine abruzzesi si rimanda al "Calendario Abruzzese, Cento feste contadine per un anno", Ed. Menabò D’Abruzzo Libri, Pescara |
![]() Bucchianico (CH) - La processione dei Banderesi |
![]() Loreto Aprutino (PE) - La processione del lunedì di Pentecoste con il bue di San Zopito |
![]() Acciano (AQ) - Festa di Sant'Erasmo nella prima domenica di giugno |
![]() Sulmona (AQ) - La processione di Pasqua - La Madonna corre incontro al figlio risorto |
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Fara Filiorum Petri (CH) - Le farchie per la festa di Sant'Antonio Abate |
Cucullo (AQ) - San Domenico e la festa dei "serpari" |
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TRA MEMORIA E VALORE |
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Nella cultura contadina il computo del tempo è fondato sul principio del ritorno dei segni propri della dimensione sacra che è, per essenza, immutabile. L’Eterno Presente si manifesta nel ciclo della luna, nel sorgere e nel tramontare del sole, negli aspetti della Natura, nel fiorire delle piante e nella maturazione dei frutti, nella vita degli animali e diviene misura dell’uomo. Accade così che il tempo sia concepito come un fatto concreto, operativo al quale i corpi celesti partecipano sia come comprimari nell’ampia macchina tecnico-religiosa, sia come elargitori e che il calendario sia il risultato di una trama simbolica e rituale composta dall’interazione di molti elementi, apparentemente diversi, ma in effetti omogenei per appartenere tutti alla sfera religiosa, e legati insieme dall’evento festivo inteso come, principio, fine e rifondazione mitica. La misura di concezioni e comportamenti propri, ancora oggi, della cultura tradizionale si presenta come la stratificazione di una sequenza storica che conserva e rifunzionalizza a livello simbolico gesti, usanze e modi di essere, vissuti dalle generazioni anziane come memoria e da quelle giovani come valore e risorsa identificante. In questa ottica le date calendariali e le feste che scandiscono il tempo contadino si offrono ad una lettura che, superando i limiti della curiosità folclorica e dell’interesse meramente descrittivo, evidenzia al contrario, valori e significati antropologici in cui riconoscersi e fondare la propria appartenenza culturale. L’Abruzzo, come tutte le regioni con un assetto socio-economico prevalentemente rurale, mantiene un caledario contadino ancora funzionale e ricco di eventi nei quali, forse più che in altre realtà territoriali, è possibile ritrovare una continuità religiosa che mostra un’immagine archetipa del Sacro e un sincretismo cerimoniale di grande impatto spirituale. L’alterità che connota molte feste abruzzesi e che rende il loro svolgimento un’attrazione spettacolare, deriva da un processo che ha mantenuto, all’interno del suo cammino storico, componenti costitutive e formali che vengono da lontano in termini di tempo e di spazio. Calendario civile, calendario liturgico, calendario naturale convivono spesso in uno medesimo tempo sociale le cui espressioni, pertanto acquistano una gamma di caratteri difficilmente riconducibili ad un’univoca definizione, ma proprio per questo di grande suggestione attrattiva. Nonostante la complessità strutturale della festa contadina abruzzese indurrebbe ad evitare sul piano dell’osservazione empirica schemi tipologici, di per sé riduttivi e qualche volta fuorvianti, tuttavia la chiarezza espositiva propria di ogni riflessione teorica necessita di una collocazione tematica degli aventi che seguendo l’ordine cronologico, individui forme, strutture e paradigmi culturali costanti. Partendo da questa impostazione metodologica si propone una osservazione delle feste contadine regolate dalla scansione delle Quattro tempora che permettono, sia pure a grandi linee un inquadramento tematico e funzionale. Fino al Concilio Vaticano Il la chiesa segnava lo svolgersi delle stagioni con la liturgia penitenziale e di ringraziamento delle Quattro Tempora. La pratica che del resto corrispondeva a celebrazioni presenti nelle religioni mediterranee pre-cristiane (I Misteri delle Grandi Madri, la solennità giudaica dello Shavu’ot, le cerimonie latine dei fratelli Arvali ecc.) ha segnato profondamente il calendario rituale contadino che raggruppa le feste massimamente intorno e in funzione di questi quattro cardini. Le Tempora erano regolate sui noviluni e cadevano in ordine: la prima settimana antecedente la quaresima, la settimana dopo Pentecoste, la terza settimana di settembre e la terza settimana dell’Avvento. Duravano sette giorni, erano dedicate alla penitenza, al digiuno, alla purificazione e al ringraziamento, mediante specifiche celebrazioni, formalmente assorbite dalla liturgia cristiana, ma a livello simbolico e sacrale gestite da funzioni paraliturgiche o puramente tradizionali.
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Le tempora di quaresima o della rifondazione
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Le tempora di quaresima o della rifondazione |
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Il primo tempo dell’anno festivo contadino inizia con il novilunio che precede la quaresima ed ha come funzioni principali: la purificazione, il riassetto dei ruoli e dello status sociale, la ridistribuzione dei beni alimentari. Il tema imporrebbe una lunga e profonda considerazione anche per i valori che questa concezione festiva continua ad esprimere; ma poiché l’impostazione di questo breve scritto è squisitamente descrittiva si rimanda il lettore che voglia approfondire le tematiche inerenti al concetto e struttura di festa contadine alla vasta e specializzata letteratura in argomento. Premesso che, almeno a livello di concetto, la grande festa contadina di questo periodo è il carnevale con la sua cultura dell’eccesso, del capovolgimento e dell’infrazione delle regole, va aggiunto tuttavia che ormai il modello urbano dei carri mascherati e dei veglioni danzanti ha quasi ovunque cancellato le espressioni più proprie del mondo rurale. A titolo di esempio si possono ricordare le rappresentazioni itineranti della Compagnia dei dodici mesi, in cui dodici uomini preceduti da un vecchio che impersonava il tempo, ripetevano a livello simbolico il lavoro e i caratteri della stazione campestre o i cortei nuziali, anch’essi rigorosamente maschili, in cui l’oscenità aveva il compito di riportare l’attenzione sull’universo del basso corporeo inteso come principio di vita. Benché una osservazione attenta riesca ancora a percepire le tracce di comportamenti ed eventi che esprimano questo fondamento sacrale, tuttavia le occasioni in cui lo spirito di rinnovamento che anima le prime tempora è presente specialmente nelle feste di Sant’Antonio abate e in quelle similari si San Sebastiano e San Biagio, diffuse peraltro, sia pure con pratiche a volte differenti, in tutta la regione. Per quanto riguarda la festa di Sant’Antonio Abate occorre precisare, sempre a titolo esemplificativo, che in Abruzzo si possono individuare tre modelli esecutivi: quello che utilizza principalmente la questua itinerante con il canto di orazioni e sacre leggende legate alla vita del santo, quella che si incentra sulla accensione di fuochi e quella infine che prevede l’esibizione, l’eccesso e la ridistribuzione del cibo. Premesso che l’inquadramento è puramente esemplificativo e che spesso le varie forme si sovrappongono e concorrono a costituire lo svolgimento di una singola festa, al primo modello appartengono tutte quelle compagnie spontanee, composte soprattutto da giovani, che la sera del 16 gennaio percorrono campagne e paesi. Da qualche anno a Cermignano si svolge un’iniziativa interessante per le finalità che si propone ed unica che per occasioni di ricerca, confronto e verifica che mette in atto. Il sabato e la domenica più prossimi al 17 gennaio, vi si tiene un incontro sia dei gruppi che eseguono il canto di questua sotto forma di Orazione, sia delle Compagnie che rappresentano drammaticamente la vicenda di Sant’Antonio Abate. L’occasione richiama molti gruppi che giungono, non solo dai dintorni, dove del resto l’uso è ancora vivo, ma anche da altre province e da altre regioni, dando a tutti la possibilità di un confronto critico e uno stimolo ad approfondire i caratteri culturali di questa antichissima forma di teatro religioso popolare. Di anno in anno il materiale visivo, sonoro e testuale si fa sempre più cospicuo, tanto che, opportunamente vagliato dal Comitato scientifico, si propone come un corpus non solo storico ma come dato osservato delle dinamiche e dei mutamenti che qualsiasi fatto culturale contiene. L’appuntamento dà vita, inoltre, ad una singolare kermesse che anima le vie e le piazze del suggestivo centro storico dalle caratteristiche medioevali, dove, in perfetta sintonia con il vero spirito della festa, non mancano spazi gastronomici, con i cibi tipici della ricorrenza: innanzi tutto le salsicce, di carne, di fegato e i cotechini, in onore dell’attributo più conosciuto di questo Santo, familiarmente detto del porcello, e poi il vino Montonico, frutto di un vitigno che caratterizza la produzione locale della frazione di Poggio delle Rose, ed infine li cillitte de Sand’Andonie, dolce tipico da inzuppare nel vino, per cui si organizza una vero e proprio concorso gastronomico che premia la qualità del prodotto e la creatività dei concorrenti. Il fuoco è l’indiscusso e spettacolare protagonista delle Farchie di Fara Filiorum Petri, il cui toponimo riporta ai gastaldati longobardi, si innalza sulla vallata del fiume Foro. I suoi abitanti festeggiano la ricorrenza di Sant’Antonio Abate accendendo le farchie, enormi fasci di canne, come dice anche il nome derivante dalla voce araba afaca (torcia - fascio di canne) con una circonferenza di oltre un metro ed un’altezza che qualche volta supera i dieci. Un uso dei fuochi per la festa di questo Santo è comune in tutto il Mediterraneo, ma le farchie di Fara si distinguono per l’imponenza delle costruzioni e per il loro numero che corrisponde a quello delle dodici contrade in cui si divide il paese. La tradizione è inoltre legata ad una leggenda di fondazione che narra che Sant’Antonio Abate avrebbe salvato Fara dall’invasione delle truppe francesi, trasformando le querce di un vicino boschetto in torce gigantesche che spaventarono i nemici. Qualche giorno prima della ricorrenza ogni quartiere e frazione inizia la costruzione della propria farchia. È uso comune che le canne siano di provenienza furtiva per cui, fin dai primi di gennaio, bande di giovani escono a procurarsi la materia prima, mentre altri provvedono a custodire il tesoro raccolto. Nelle prime ore pomeridiane della vigilia, le contrade incominciano il trasporto delle farchie verso lo spiazzo della chiesetta rurale dedicata a Sant’Antonio Abate. Una volta le farchie erano trainate a braccia o su carri, oggi si usano i trattori, ma l’atmosfera conserva la stessa festosità accentuata da numerosi suonatori di organetto che cantano le orazioni di Sant’Antonio, ossia episodi leggendari della vita del Santo. Giunti davanti alla chiesa le farchie vengono innalzate con l’aiuto di pertiche e funi; infine ha inizio l’accensione tra ripetuti scoppi dei mortaretti inseriti tra i fusti delle canne. Mentre incominciano a scendere le ombre della sera le farchie accese offrono uno spettacolo indimenticabile, all’interno del quale la gente canta, balia e consuma, in onore del Santo, vino e biscotti. Quando il fuoco ha bruciato quasi tutte le canne, la festa continua in ogni contrada, dove gli abitanti si radunano intorno ai resti della propria farchia e ne raccolgono i tizzoni spenti per conservarli come reliquie per la protezione dalle tempeste e dalle calamità che possono danneggiare i campi coltivati e per segnare gli animali domestici. Il cibo come esibizione, eccesso e ridistribuzione è il principio che regola la Panarda di Villavallelonga. Con il nome di panarda si indica, specialmente nell’aquilano, un rituale di consumo collettivo del cibo che consiste in un banchetto allestito in precise ricorrenze calendariali. L’origine del vocabolo è piuttosto oscura, e probabilmente deve essere ricercata nella radice indoeuropea pan intesa nel senso di abbondanza. L’aspetto più spettacolare della panarda, almeno attualmente, sta nella quantità delle portate che possono superare anche il numero di cinquanta e nella etichetta che impone ai commensali di onorare la tavola, consumando tutte le vivande portate in tavola. La tradizione è comune a molti paesi, ma dove il rito ancora esprime compiutamente il concetto di celebrazione comunitaria con forti permanenze magicosacrali, è a Villavallelonga, un piccolo centro posto entro la zona montagnosa del Parco Nazionale d’Abruzzo. Un documento ricorda che nel 1657 tale Pietro Paolo Serafini, secondo una consolidata tradizione familiare, distribuiva una minestra di fave per perpetuare un voto fatto dai suoi antenati a Sant’Antonio Abate. La devozione popolare racconta che "tanti anni fa una donna della famiglia Serafini lasciò una creatura in fasce nella culla e andò a prendere l’acqua alla fontana. Tornando a casa incontrò un lupo che la portava in bocca. Invocò Sant’Antonio e il lupo lasciò la bambina. La donna promise al Santo la festa a fuoco, cioè la panarda. Dopo, la promessa si è tramandata per eredità". Attualmente le famiglie obbligate sono una ventina ed ogni anno, immancabilmente, la sera del 16 gennaio, allestiscono un grandioso banchetto che si protrae tutta la notte. Nella stanza in cui si svolge il convivio viene preparato un altare su cui troneggia l’immagine di Sant’Antonio Abate, in mezzo a composizioni ornamentali dette corone e costituite da frutta, uova, dolci. Quando tutti gli invitati hanno preso posto alla mensa il panardere, ovvero il capo di casa, recita il rosario, le litanie ed infine intona l’Orazione di Sant’Antonio, dopo di che dà l’ordine di servire gli ospiti. Per quanto riguarda il cibo, la panarda, accanto ad un repertorio di vivande e di specialità gastronomiche locali, presenta alcuni alimenti fissi che non possono mancare in nessun caso. Essi sono: brodo di gallina e vitello, il caldaia del lesso, maccheroni carrati all’uovo con ragù di carne di pecora e detti "di Sant’Antonio", la pecora alla cottora, le fave lessate e condite, le frittelle di pasta lievitata, le ferratelle, la frutta con cui sono confezionate le corone e la panetta. La cena si protrae per tutta la notte, sia per dare modo ai convitati di consumare agevolmente le portate, sia perché il servizio ogni tanto è intramezzato da momenti di preghiera e dal canto di formule religiose, sia perché infine, ad una certa ora, le case dei panarderi vengono visitate dalle compagnie di questua. Mentre nelle piazze ardono enormi falò di legna, gruppi di cantori prendono a girare le strade e a visitare le case dove il loro arrivo è atteso e ben accetto e le loro esecuzioni sono ricompensate con cibo e somme di denaro. Le visite dei gruppi e dei canterini durano fino alle ultime ore della notte, dopo di che vengono riordinate le mense e viene servita l’ultima portata: un piatto di fave lesse, accompagnate dalla panetta, che è una speciale preparazione di pasta lievitata a cui sono state aggiunte le uova. Prima però il panardiere ringrazia tutti i presenti e intona con loro il Padre Nostro. Solo dopo questo ultimo atto e dopo ovviamente aver consumato le fave, la panetta e un bel bicchiere di vino in onore del Santo protettore, gli invitati lasciano la casa, dandosi appuntamento per l’anno venturo. Il giorno di Sant’Antonio i festeggiamenti proseguano con la processione, la benedizione degli animali e con l’apertura del Carnevale, che nel paese è caratterizzato da due tipi contrapposti di maschere tradizionali: i brutti e i belli. I brutti indossano abiti scuri, ricoperti di campanacci e i belli sono vestiti di bianco e portano cappelli ornati di fiori e nastri. Allo stesso genere festivo appartengono anche le Cottore di Collellengo e la distribuzione delle sagne a Scanno. A Collelongo sette famiglie del paese, quasi sempre per assolvere un voto, o per esternare la propria devozione al Santo, pongono sul fuoco un caldaio di rame, detto in dialetto locale cottora, in cui fanno bollire grosse quantità di granturco, precedentemente tenuto in ammollo. Poiché i chicchi cuocendo si gonfiano, la minestra che se ne ricava è chiamata dei cicerocchi. Il locale in cui arde la cottora è predisposto per accogliere la visita di parenti ed amici, ed è addobbato con lunghe file di arance, cestini di uova, frutta secca, in mezzo a cui troneggia un quadro di Sant’Antonio Abate. L’operazione di bollitura ha inizio con la benedizione del parroco, che deve provvedere a recarsi presso ciascuna delle famiglie che partecipa al rito, e continua tra i canti e le preghiere degli astanti che si alternano nel compito di rigirare il granturco nel paiolo per mezzo di un lungo cucchiaione di legno, in quanto l’operazione è ritenuta foriera di prosperità e benessere. Chiunque giunge a visitare la cottora viene accolto festosamente e riceve un complimento a base di vino e dolci. L’ospite, dal canto suo, si avvicina alla cottora e ne gira il contenuto recitando parole di augurio e di devozione. In questo modo si trascorre tutta la notte, mentre compagnie di questua, accompagnandosi con vari strumenti popolari, tra cui non mancano le zampogne, provenienti dalla vicina Valle del Liri, cantano l’Orazione di Sant’Antonio in cui si narrano la vita, le tentazioni ed i miracoli dell’eremita egiziano. Di fronte alla chiesa parrocchiale, in un’antica cappella nella quale è conservata una preziosa statua di pietra raffigurante Sant’Antonio Abate che, per l’occasione, è anch’essa decorata di agrumi, frutta e uova, i giovani accendono una grande catasta di legna, punto di riferimento delle compagnie e dei devoti che vi si ritrovano intorno per cantare le lodi al santo e passare la notte in allegria. Alle prime luci dell’alba inizia la distribuzione dei cicerocchi: innanzi tutto una lunga fila di ragazze, reggendo sulla testa conche di rame addobbate di fiori e di nastri, si reca in chiesa per offrire al santo una grande quantità di cicerocchi, che poi vengono consumati per devozione dai fedeli. Inoltre le famiglie che hanno provveduto alla preparazione delle cottore si premurano, oltre che a distribuire i cicerocchi a parenti ed amici e a chiunque ne faccia richiesta, anche a predisporre dei capaci recipienti lungo la strada, affinché anche i pellegrini ed i viandanti possano attingere al cibo rituale del granturco cotto. Da qualche anno le ragazze che recano i cicerocchi in chiesa hanno dato vita alla pittoresca gara delle conche riscagnate (cioé addobbate per l’occasione), in cui viene premiata quella decorata con maggior cura ed originalità. La festa continua per tutto il giorno con cerimonie religiose e popolari in onore del Santo. A Scanno, che fu tra i più fiorenti centri dell’economia armentizia, la mattina deI 17 gennaio, di buon ora, la famiglia Di Rienzo che un tempo possedeva la maggiore parte delle greggi svernanti in Puglia, dà disposizione che si collochi fuori il portone del suo aristocratico palazzo uno o più grandi caldai di rame, ricolmi di fumanti sagne con la ricotta. I devoti, dopo aver ascoltato la messa nella vicina chiesa di Sant’Antonio Abate, si avviano, con il prete in testa al corteo, verso casa Di Rienzo. Qui, dopo che il religioso ha provveduto a benedire il cibo, con una speciale formula che richiama molto I’incipit del cantare medioevale, ognuno si serve, riportandosi a casa un mestolino di minestra che consuma per devozione. La cerimonia, anche per lo scenario in cui si svolge, è molto pittoresca e dà avvio al Carnevale. Un tempo, subito dopo la distribuzione delle sagne, il Corriere di Carnevale, cavalcando un recalcitrante somarello, annunziava per il paese, a suon di tromba che erano aperti i festeggiamenti del periodo più pazzo dell’anno. Lo seguivano le maschere tradizionali che ricalcavano l’antica drammaturgia religiosa delle origini, rappresentando gli eremiti, i piccoli confratelli e l’episcopello, un bambino che per un giorno impersonava il vescovo e ne svolgeva le funzioni.
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Le tempora di Pentecoste o della rinascita
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Le tempora di Pentecoste o della rinascita |
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Le tempora di Pentecoste costituiscono il punto centrale della stagione di maggior attività del mondo contadino e tendono a rapportare alla sfera del Sacro le procedure che vanno dai primi germogli al raccolto dei cereali. I momenti fondamentali di questo periodo sono l’Annunziata, San Marco, il primo di Maggio, Pentecoste, la Trinità, San Giovanni, Sant’Anna, mentre una espressione peculiare è quella della cerimonia liturgica delle Rogazioni. Nella maggior parte di queste feste la classe rurale svolge processioni che attraversano le campagna e raggiungono luoghi sacri come santuari, montagne, boschi, fiumi, recando in dono le primizie o parti simboliche del raccolto, oppure si confronta con le classi sociali urbane attraverso cerimonie di saluto. Premesso che il numero considerevole delle feste contadine che rappresentano in modo significativo il periodo primaverile, non permettono una semplice schematizzazione espositiva, si propongono a modo di esempio quelle dei Banderesi di Bucchianico, di San Zopito a Loreto Aprutino, di Santa Gemma a Goriano Sicoli, rimandando, per le altre a Calendario Abruzzese, cento feste contadine per un anno (Pescara, 1997). Quella di Bucchianico è una delle feste più complesse nel panorama della religiosità contadina, tanto che la sua trattazione, almeno in questa sede, impone un andamento schematico e riassuntivo. Per comprenderla innanzi tutto occorre delineare Io scenario religioso e l’occasione della festa. In onore di Sant’Urbano papa che avrebbe salvato con uno stratagemma militare il paese assediato dai chietini, durante il periodo delle lotte comunali, gli abitanti della campagna ogni anno si uniscono a quelli del centro urbano per rinnovare la memoria del miracolo ricevuto. I personaggi principali dell’evento sono innanzi tutto il Banderese ed il Sargentiere. Ogni anno, la domenica successiva aI 27 maggio, in una solenne cerimonia, tra quelli che hanno avanzato la propria candidatura, viene eletto il Banderese e dura in carica un anno. Per essere eletto deve possedere le seguenti qualità: abitare in campagna, essere coniugato con prole. Al riguardo si preferisce chi ha almeno due figli maschi che dovranno assumere, come si dirà, un ruolo preciso, nel rituale. Il Banderese si fa carico della organizzazione della festa, aiutato in questo dalla sua numerosa parentela e dai capi contrada che provvede a nominare subito dopo l’elezione, è il consegnatario della bandiera e dello stendardo, simboli del comune. Assume il comando di una milizia di Banderesi, ovvero di uomini che indossano a tracolla una fascia di colore o rosso o blu, a seconda del grado di parentela e di importanza e si fregiano di un cappello ornato da un lungo piumaggio. Nell’anno che dura in carica provvede ad organizzare incontri e feste da ballo, specialmente nelle date solenni del calendario festivo contadino, allo scopo di rinsaldare i vincoli di parentela e di solidarietà, oltre che per raccogliere il denaro occorrente per le spese della festa. Durante la festa, dorme con la famiglia in una sala del palazzo municipale ed è l’unico autorizzato, tra quelli della campagna, a girare a cavallo per il paese. Alleva inoltre il vitello che sarà consumato durante il banchetto di Sant’Urbano. Il Sargentiere (sir gentile) è una carica ereditaria che passa da padre in figlio, da tempo immemorabile nella famiglia di Tatasciore-Papè. Egli è il depositano della prassi festiva e senza il suo permesso e la sua presenza non può avere inizio alcuna fase della tradizione, in molte delle quali funziona da giudice. Ha il privilegio di portare lancia e spada e di cavalcare insieme al Banderese. Durante la festa riceve gli onori e l’omaggio di tutti i Banderesi, delle autorità civili e religiose. Dopo avere assolto agli obblighi di questua e di organizzazione dei balli che si fanno più frequenti dal lunedì di Pasqua, la famiglia del Banderese, nei giorni intorno al 17 maggio, comincia la preparazione del pane, delle panicelle e delle pizze che verranno consumate e distribuite durante la festa. Si tratta di un momento molto significativo sia a livello simbolico che rituale, che aggrega tutti i capi contrada. Per l’occasione il Banderese rende più solenne l’altare preparato nella propria casa, in cui è esposto un paliotto raffigurante Sant'Urbano. Ai lati dell’altare espone i due cappelli piumati che indosseranno i suoi figli maschi durante la cerimonia, il laccio, ossia una catena d’oro votiva offerta dai devoti, il pane e i dolci rituali e comincia a ricevere le visite dei parenti e dei Banderesi. La domenica antecedente il 24 maggio dalle prime ore del mattino nella sua casa, dove per l’occasione si allestisce solitamente un grande capannone all’aperto, cominciano ad affluire i Banderesi con le loro famiglie. Le donne recano in testa enormi cesti addobbati di fiori e nastri, entro i quali sono riposti beni alimentari di ogni specie. Ogni contrada conduce un carro riccamente preparato che, a seconda degli accordi presi con il Banderese, svolge uno di questi temi: il pane, il vino, la legna, il letto. Il primo, ovvero quello del pane, oltre a parecchi quintali di questo alimento, trasporta anche il quadro di Sant’Urbano in precedenza esposto in casa del Banderese, l’ultimo, quello del letto, è solitamente preparato dalla contrada e dalla famiglia del Banderese e trasporta il letto, completo di biancheria ed accessori in cui il Banderese dormirà nei giorni di festa entro la sede municipale. Dopo un ricco pranzo, al quale solitamente partecipano un migliaio di persone, si forma il corteo che porterà il popolo dei banderesi verso la rocca del paese. Lo apre il vitello sacrificale, anch’esso ornato di guaIdrappa, nastri e fiori. Al suo fianco stanno due canefore che trasportano entro ceste, owiamente infiorate e ricolme di uova, i cappelli dei figli del Banderese. Segue il Banderese, la sua famiglia e i suoi parenti. Tutti i maschi indossano la fascia rossa e blu, ma non il cappello piumato che esibiranno solo dentro le mura del paese. La processione si snoda con una lunghissima teoria di portatrici di canestri colorati. Infine chiudono i carri, ognuno dei quali è circondato da suonatori di tamburo e organetto. I Banderesi, dopo aver attraversato la campagna, giungono alle porte del paese nella metà del pomeriggio: qui sono accolti dal Sargentiere ed il suo corteo. Insieme si recano a pregare sull’altare di Sant’Urbano e subito dopo, nella piazza danno inizio alla Ciammaichella. Il Sargentiere guida un movimento a spirale del corteo che appare come un serpente colorato che si avvolge su se stesso. Si tratta di una forma molto elementare, ma assai interessante, di danza processionale a suon di tamburo. Subito dopo, mentre le donne sistemano i canestri, il letto e tutto il contenuto degli altri carri nella sala del municipio, i giovani, sempre alla presenza del Sargentiere e del Banderese, danno inizio ad una serie di giochi popolari di destrezza, come il Tizzo e il Capriuli. Si provvede anche ad eseguire i giri del paese durante i quali ogni Banderese maschio riceve dal Sargentiere un mazzolino di fiori di campo ed erbe profumate detto lu ramajette. La sera si conclude con una cena riservata alla famiglia del Banderese e a quella del Sargentiere. Nel pomeriggio del 24 maggio i due capitani, seguiti dai propri figli, assistono all’apertura della Porta Santa nella cripta della Chiesa di Sant’Urbano, da parte della autorità religiosa del paese. Hanno inizio le entrate, ossia un percorso penitenziale che prevede nove passaggi davanti alle reliquie, ad ognuno dei quali i fedeli appoggiano il capo su una colonna della cripta che reca un antico bassorilievo raffigurante il santo, e nove giri intorno alla chiesa. Il 25 maggio a mattina Sargentiere e Banderese, con i loro cortei, dopo aver assistito alla messa, incominciano i nove giri del paese. Dopo il terzo giro, tornano nel palazzo comunale e prendono ciascuno un cero votivo, tenendo il quale proseguono per altri tre giri. A questo punto il corteo si ferma in piazza dove il sindaco consegna solennemente una lancia e una spada al Sargentiere e lo proclama comandante militare. In passato la consegna era svolta da una famiglia nobile del luogo. Subito dopo nella piazzetta di Sant’Urbano la moglie del Banderese consegna un anello d’oro a ciascuno dei suoi due figli maschi, mentre il sindaco affida al gruppo la bandiera ed il parroco fa altrettanto con lo stendardo. Da questo momento Sargentiere e Banderese hanno il diritto di continuare i giri armati e a cavallo, mentre gli uomini del corteo indossano il cappello piumato. Nella tarda mattinata ha luogo la riconsegna dei vessilli. Il parroco attende al balcone i giovani che fanno roteare con destrezza la bandiera, cercando di rendere difficile la presa che deve essere effettuata al volo. Segue un pranzo a base di pesce fritto. La mattina del 26 maggio è detta del ringraziamento. I figli del Banderese aprono il corteo dei ceri votivi che gira tutte le chiese fino alla cripta di Sant’Urbano, dove questi vengono deposti. Dopo di che la porta santa è chiusa, fino al prossimo anno. Il rituale continua con la messa solenne e la benedizione dei quattro cantoni. Al termine i Banderesi ripartono in corteo in direzione della chiesa rurale di Santa Maria Casoria. Loreto è uno dei paesi più belli d’Abruzzo, sia per gli antichi palazzi e monumenti religiosi che lo caratterizzano, sia per lo scenario di colline ricoperte di oliveti in cui è immerso. Il lunedì di Pentecoste è teatro di una singolare processione a cui partecipa un bue bianco. Si tratta di un animale adulto che, per qualche mese, viene sottratto al lavoro dei campi ed addestrato a camminare tra la folla e sul selciato delle vie cittadine. Il giorno della festa viene addobbato con cura. Dalle corna gli pendono nastri e fiocchi multicolori, specchietti lucenti e ninnoli, una gualdrappa rossa su cui sono appuntate le immagini sacre di Sant’Antonio Abate e San Zopito gli copre il dorso, persino gli zoccoli dei piedi appaiono curati e lucidati. In groppa al bue cavalca un bambino di pochi anni. È vestito di bianco, ha il capo cinto da una corona di fiori, l’abito ornato di ori ed oggetti preziosi e si copre in capo con un ombrellino chiaro. In bocca regge un garofano rosso. Il bue, che è preceduto da uno zampognaro, dopo aver seguito il percorso processionale si ferma sulla soglia della chiesa di San Pietro. In passato entrava nell’edificio sacro ed assisteva alle funzioni liturgiche e la gente usava trarre auspici di prosperità per l’annata agricola dall’osservazione degli escrementi che l’animale emetteva durante il rito religioso. Dopo la processione il bue è condotto per le vie del centro storico a rendere omaggio ai notabili del paese e, ovunque si ferma, il bambino che lo cavalca riceve piccoli doni alimentari. Un tempo, quando la suddivisione di classe era ancora sentita, la festa, almeno per quanto riguardava il bue, era gestita dalla corporazione degli agricoltori. Quella dei vetturali, ossia dei trasportatori di olio, si occupava invece della cavalcata del ritorno, il cui vincitore era premiato con un paliotto. Agli artigiani, in passato assai fiorenti a Loreto per la produzione delle terrecotte e dei coltelli con il manico di osso, erano affidati altri aspetti organizzativi. Oggi la festa è gestita da un comitato di deputati che provvede anche a mantenere il bue, ma non ha perduto l’antica suggestione che ha indotto molti studiosi a ipotizzare le sue origini in tempi molto antichi. Qualcuno ha creduto di poterle ritrovare nel ver sacrum degli Italici. Ma, nonostante l’aria mitica dell’evento che ha per protagonista il bue di San Zopito, se ne conosce esattamente il giorno e l’anno di nascita. La leggenda di fondazione narra che il lunedì di Pentecoste deI 1711, mentre arrivava in paese il corteo che accompagnava le reliquie del Santo, un contadino di nome Carlo Pantone, intento al lavoro nel proprio campo in contrada Le Pretore-Casci, non smise, in segno di devozione e rispetto, le proprie attività. Al contrario il suo bue si inginocchiò al passaggio della processione tra lo stupore degli astanti, tanto che la famiglia del bifolco lo regalò alla festa, come ex voto. Infatti nel preciso istante in cui le reliquie toccavano il territorio del paese avveniva una miracolosa guarigione di un loro congiunto. È probabile che l’uso di condurre il bue in chiesa derivi proprio dal fatto che l’animale, addobbato in segno di festa, sia stato depositato nella cappella del santo, come si fa normalmente nelle consegne votive per grazia ricevuta. D’altra parte, però, occorre dire che molti aspetti della tradizione, come il bambino e lo zampognaro, non trovano una spiegazione logica nella leggenda di fondazione, così come occorre osservare che altri particolari, come gli ori che adornano il vestito del piccolo cavaliere e il garofano rosso rimandano alla simbologia di altri rituali del calendario contadino, in cui è evidente un processo sincretico tra elementi della religiosità primitiva, magici e cristiani. Infine è il caso di ricordare che una tradizione analoga, di chiara matrice italica, è ancora presente a Bacugno presso Rieti, che i buoi bianchi sono i protagonisti delle carresi molisane di Ururi, Porto Cannone, San Martino in Pensilis e Larino e che anche a Gagliano Aterno, un tempo, un bambino cavalcava un bue bianco, durante una festa di passaggio agrario. L’11 maggio, sul fare del mezzogiorno, sull’erba verde del tratturo Celano Foggia, nel punto in cui esso costeggia il paese di Goriano Sicoli, viene avanti una numerosa compagnia di devoti. Innanzi a tutti cammina una fanciulla a piedi scalzi che regge tra le mani un grosso cero votivo da cui pendono alcuni nastri su cui sono appuntate le offerte in denaro e in oggetti preziosi, destinati alla Santa, verso la cappella nella quale procedono. La ragazza è vestita con l’abito tradizionale che fino a qualche anno fa era ancora in uso tra le contadine marsicane, un vestito semplice e quotidiano, caratterizzato da un’ampia gonna di panno rosso e uno scialle azzurro da capo. La seguono i genitori, i parenti, gli amici, il popolo tutto di San Sebastiano di Bisegna, un piccolo paese nel cuore della Marsica, da dove sono partiti alle prime luci del giorno. In fondo alla strada, dove il tratturo si apre in un ampio slargo, vicino ad una edicola campestre, li attendono il sindaco di Goriano, insieme alle altre autorità che sono poi il maresciallo dei carabinieri, il parroco, il priore della confraternita di Santa Gemma e il procuratore della festa che, dal canto suo, guida la banda musicale, pronta e schierata ai bordi della strada. Giunti in vista l’uno dell’altro i due gruppi si salutano con grande commozione e, mentre la fanciulla si inginocchia devotamente dinnanzi alla cappellina, la banda e gli spari aprono i festeggiamenti. A suon di musica quindi il gruppo, in cui la fanciulla ha sempre il primo posto, sale verso la parte alta del paese, dove, nel quartiere chiamato quarto di porta Bagliucci, in una antica casa, li attende la Comane, circondata da un gruppo di donne. La Comare è la moglie del procuratore della festa e ad essa è riservato il compito di accogliere entro le modeste mura la fanciulla che, salita la breve scala che porta alle stanze, si inginocchia sull’ultimo gradino e chiede il permesso di entrare. Anche qui l’accoglienza è commossa e festosa e mentre la ragazza viene trattata con tutti i riguardi, la compagnia è rifocillata con vino, pane e ciambelle. Ma pane e vino sono a disposizione anche per tutti quelli, e sono tanti, che si recano a salutare la fanciulla di San Sebastiano di Bisegna. La casa, infatti, è completamente riempita di pane che la Comare e le sue aiutanti hanno provveduto a confezionare nei giorni precedenti con la farina offerta dai gorianesi. Pane a ceste, a mucchi, a quintali, pane e ciambelle che adornano le pareti. Presso una porta spicca una enorme ciambella decorata di nastri, che indica la stanza dove, su un letto tutto bianco e ricamato, passerà la notte la giovane protagonista della festa. Un particolare che colpisce è il fatto che sul capezzale è posta una rocca composta di candida lana e infiocchettata. Dopo i dovuti convenevoli e dopo che il parroco ha provveduto a benedire il pane, la ragazza, accompagnata da una gioiosa comitiva di coetanee, esce di casa recando, come le altre, un canestro ornato di fiori e di nastri ricolmo di pane. Precedute dalla banda attraversano tutto il paese e le frazioni, e in ogni casa distribuiscono il pane benedetto. Al tramonto le ragazze ritornano con le canestre vuote, giusto in tempo per assistere con la Comare ai Vespri cantati nella chiesa del paese. E poi di nuovo tutti a casa per un cena rituale e votiva in cui le bambine consumano un pasto a base di uova e lattuga, mentre agli altri è riservata una più ampia varietà di cibi. Il giorno seguente la festa continua con la liturgia e la processione, dopo di ché la fanciulla saluta la Comare e i gorianesi e se ne ritorna con i suoi a San Sebastiano, non senza aver ricevuto molti doni, consistenti soprattutto in dolci e generi alimentari che dividerà con i compaesani, in un ricevimento previsto al suo arrivo. La tradizione, che è una delle più poetiche e delicate dell’intera regione, rievoca la figura di Santa Gemma, patrona del paese e di cui documenti antichissimi tratteggiano le vicende di una vita avventurosa ed esemplare. Narrano le storie che Gemma sia nata a San Sebastiano di Bisegna nel 1372 dalla famiglia Spera. Restata orfana di entrambi i genitori, durante una delle tante epidemie che flagellarono la zona in quei tristi tempi, la bambina fu accolta da una sua comare e dal di lei marito, che pare si chiamasse Giusto Perna, di Goriano Sicoli, nella casa dove ora la confraternita a lei intitolata allestisce i festeggiamenti. Si indica ancora un luogo dove la fanciulla dormiva in un povero giaciglio, come si indicano i luoghi dove, portando a pascolare un piccolo gregge di pecore, lasciò sulle pietre i segni del suo passaggio. Di lei si innamorò il Conte di Celano, forse Ruggero, figlio di Pietro, che, ottenendo un rifiuto, dopo un primo momento di sdegno, assecondò il desiderio della giovanetta ad una vita eremitica e l’aiutò a costruirsi una cella a ridosso della antica chiesa extna moenia di San Giovanni Battista, sul bordo del tratturo. Qui Gemma visse per 42 anni della carità della gente a cui dispensava consigli e preghiere. La sua morte, avvenuta il 12 maggio 1426, fu subito seguita da una serie di avvenimenti prodigiosi tanto che, dopo pochi anni, era già stata proclamata Santa. Questa la leggenda di fondazione, la quale, senza minimamente mettere in dubbio la storicità della vita della Santa, non spiega però alcuni aspetti dell’evento che mostrano la sopravvivenza di elementi molto arcaici. Tanto per cominciare Goriano sorge probabilmente sulla antica Statulae, punto di sosta della strada che, passando per Forca Caruso, già dai tempi italici metteva in comunicazione la piana di Tivoli con l’Adriatico e che i Romani ampliarono dandole il nome di Consolare Valeria. Dopo aver superato le asperità montane e prima di immettersi nella Valle Peligna - sull’antico tratturo funzionava un complesso attrezzato per il riposo, la sosta e gli scambi commerciali dei viandanti, presso un santuario con funzioni sociali e di incontro tra i gruppi delle varie tribù, oltre che religioso in senso stretto. Questi complessi, in cui si praticava anche una forma di medicina del tempio, erano affidati quasi sempre alla cultualità femminile, in relazione ad un pantheon in cui primeggiavano le Grandi Madri. Le offerte votive dovute a questo genere di divinità erano essenzialmente cerealicole, con una spiccata presenza di ciambelle, il cui valore simbolico era legato all’aspetto fecondativo dei riti. Il mese di maggio, e più precisamente la primavera, era il tempo in cui le popolazioni nomadi e semistanziali della zona si ritrovavano presso questi complessi cultuali per rinnovare il ciclo agrario e vegetativo dell’anno e rinsaldare patti ed alleanze. E probabile che nella zona esistesse un insediamento sacro del genere, rifondato in età benedettina su forme cristiane e che in seguito la figura di Santa Gemma si sia inserita in un contesto già sensibile a figure femminili addette al culto, in una continuità formale non infrequente nell’ambito della religiosità popolare. Nella leggenda di fondazione si nota, inoltre, il particolare della carcerazione volontaria che ripercorre un motivo presente nell’immaginario collettivo che ha sviluppato la storia di Jacovella da Celano la quale, in epoca precedente alla vita di Santa Gemma, si sarebbe autoreclusa, pur di non avvallare con la sua autorità, l’usurpazione del figlio nel governo della contea ed in tal modo costituire un modello mitico di riferimento femminile.
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Le Tempora di settembre o del ringraziamento
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Le Tempora di settembre o del ringraziamento |
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Dalla festa di Sant’Anna e San Giovacchino il mondo rurale considera in fase di esaurimento il periodo dei grandi lavori agricoli e del raccolto e entra in un clima disteso di ringraziamento e riposo. È questo il periodo delle sagre paesane, intese come espressione di devozione verso il santo protettore di cui si mettono in evidenza il valore degli attributi e la forza dei patronati, le fiere svolte dinnanzi alle chiese o nella piazza centrale dei paesi. Pertinenti di queste feste sono i carri votivi, i donativi condotti solennemente ai santuari, l’aggregazione di classe che ritrova, nel suo insieme, i gesti fondativi della propria appartenenza ad una dimensione sacrale da cui trae le certezze necessarie all’umana vicenda. Entro queste coordinate si colloca la Fiera dell’Assunta che si tiene davanti Santa Maria di Ronzano che nei primi secoli del secondo millennio doveva costituire lo spazio in cui avveniva lo scambio soprattutto economico tra la vita curtense dell’abbazia e quella dei contadini che dai monaci dipendevano e facevano riferimento. La chiesa, anche dopo il definitivo abbandono della comunità benedettina, ha continuato a costituire un punto fermo nella religiosità del territorio che le ha assegnato un ruolo preminente nel circuito devozionale del pellegrinaggio alle Sette Marie, una pratica assai diffusa in Abruzzo e che un tempo assolveva alla esigenza sacrale della coltura contadina e a quella, altrettanto fondamentale, del viaggio e dello scambio culturale con altri universi che, secondo precisi codici comportamentali, animava anche il mondo rurale, di per sè stanziale, conservatore e meno predisposto agli spostamenti di quello pastorale o marinaro. Da quasi mille anni, quindi la gente della Valle del Mavone, in occasione deI 15 agosto, rinnova la tradizionale visita a Santa Maria di Ronzano, dando vita ad una fiera agricola e ad una festa campestre di ringraziamento per il raccolto cereale appena concluso che ripete, anche nella gestualità odierna, l’antico omaggio feudale ai monaci dell’Abbazia, che in quel giorno concedevano il commercio dei beni ammassati con la riscossione delle decime e dei canoni, rinnovavano i contratti e stabilivano giuridicamente i rapporti con le famiglie a loro sottoposte. In questa dimensione si inquadra anche l’usanza di recare i bambini nati tra il settembre dell’anno precedente e l’agosto di quello corrente, a benedire, come fossero anch’essi il frutto di una terra generosa. Una volta tutte le feste estive, immancabilmente, si concludevano con il ballo e l’incendio della pupa. La tradizione, per quanto storicizzata, manteneva simboli e significati originari nelle forme di un sincretismo compatto ed equilibrato che oggi è andato perso. Infatti la consuetudine, nonostante sia ancora sufficientemente diffusa, è sentita più come una curiosa stravaganza che non come la sopravvivenza di un rito ancestrale che affonda le radici nelle cerimonie votive e di ringraziamento delle Grandi Madri della terra e della fertilità. La pupa è un enorme fantoccio di cartapesta costruito su un telaio di canne, raffigurante una donna dalle fattezze procaci e vistose. Sulla testa, ma anche in varie parti del corpo, a cominciare dai seni che solitamente appaiono scoperti e dipinti vivacemente, la pupa reca un castello di petardi, di bengala e fuochi artificiali. L’interno è cavo e costituisce l’abitacolo in cui si introduce un uomo che porta la pupa a spasso e la fa ballare. Infatti il divertimento consiste nel fatto che la pupa avanza con movenze volutamente goffe e allusive e inizia a ballare al suono di allegri motivi di musica popolare, mentre dai fianchi e dal petto le cominciano a sgorgare fontane di fuoco e a scoppiare poderosi botti di polvere pirica. Cappelle, grosso centro rurale delle colline pescaresi, da qualche anno ha dato vita ad uno spettacolare Palio delle pupe che anima la sera di ferragosto, richiamando un gran numero di turisti. I quartieri e le contrade in cui si suddivide il paese si affrontano, presentando in gara una o più pupe che in corteo e tra gli applausi della folla vengono condotte in mezzo al campo sportivo. Qui ha inizio la gara: seguendo un ordine stabilito da un apposito comitato e dinanzi ad una giuria di esperti le pupe iniziano a ballare in un rutilante scoppiettio di fuochi d’artificio. Vince la contrada o il quartiere che ha presentato la pupa più bella e più esplosiva. Dopo Sant’Antonio Abate il Santo più popolare è San Rocco protettore della peste e delle epidemie in genere. In Abruzzo, come del resto in quasi tutta l’Italia, molti sono i paesi che il 16 agosto ne celebrano la ricorrenza della morte. In alcuni la data è occasione di pellegrinaggi e scampagnate che si concludono quasi sempre con colazioni sull’erba anche perché la maggior parte delle chiese dedicate al Santo pellegrino sono situate fuori dai centri abitati. I racconti che riguardano San Rocco sono un misto di storia e leggenda. Secondo una Vita, composta da un anonimo lombardo nella seconda metà del secolo XV, era nato a Montpellier da una nobile ed agiata famiglia. Rimasto orfano vendette i suoi beni, distribuì il denaro ai poveri e da pellegrino si recò a Roma a pregare sulle tombe dei Santi Pietro e Paolo, vivendo caritatevolmente ed operando molti miracoli. Mentre era sulla via del ritorno verso la Francia, accortosi di essersi ammalato di peste, si ritirò sulle rive del Po, dove visse in solitudine aiutato prodigiosamente da un cane che ogni giorno gli recava il cibo necessario alla sopravvivenza. In realtà i documenti attestano che San Rocco si fermò a Piacenza, dove fu accolto e curato dal patrizio Gottardo Pallostrelli, così come ècerto che tempo dopo, ad Angera, sul lago Maggiore, fu accusato di spionaggio e messo in prigione fino alla morte. Il suo culto è, come si è detto, uno dei più diffusi, in tutto il Centro meridione e costituisce un punto di riferimento nel calendario rituale contadino che dal sedici agosto segna alcuni cambiamenti stagionali. Per questo qualche studioso ipotizza che la figura di San Rocco abbia sostituito, presso i ceti rurali, quella di Vertumno, divinità latina preposta alla coltura degli orti e al mutamento ciclico, la cui festa, insieme a quella di Portuno, Giano e Conso, cadeva alle idi di agosto. Anche Castelvecchio Subequo celebra la ricorrenza di San Rocco, con una festa che, per molti aspetti, si distingue dalle numerose altre che si svolgono nella regione. Essa viene gestita direttamente da una famiglia che è depositaria non solo del tesoro del Santo, ma anche in un certo senso, delle qualità taumaturgiche legate alla sua figura. Da tempo immemorabile i discendenti maschi della famiglia Santini sono i possessori di alcune antiche immagini del Santo che, fino a pochi anni fa, venivano prestate ai malati del paese, o anche a quanti trovandosi in difficoltà materiali o spirituali ne facessero richiesta. A grazia ricevuta il quadro veniva restituito unitamente ad un ex voto, solitamente consistente in un oggetto d’oro, che il capo famiglia dei Santini provvedeva ad aggiungere al cospicuo tesoro del Santo, la cui statua era conservata in una antica chiesa campestre ove restano ancora interessanti affreschi di fattura popolare. Oggi il simulacro è collocato in una cappella laterale della parrocchia e, in occasione della festa, la famiglia Santini provvede a vestirlo con grandi fasce di seta su cui sono cuciti gli oggetti preziosi. La cerimonia, come si può ben immaginare, avviene in un clima di grande tensione emotiva che si carica nelle varie fasi dello svolgimento. Quando la chiesa è gremita di fedeli arriva il capo famiglia che, aiutato dai figli e dai parenti, reca alcune casse di ferro in cui è custodito il tesoro e, con una gestualità solenne e rituale, prende ad ornare la statua che, alla fine dell’operazione, risulta interamente coperta di gioielli. Solo a questo punto ha inizio la processione, durante la quale vengono distribuite ai fedeli che ne fanno richiesta grosse ciambelle di pasta lievitata e profumata di semi di anice. Durante la processione la statua èscortata a vista dalla famiglia Santini che ha il compito anche di raccogliere le offerte devolute dai fedeli al Santo, le quali saranno utilizzate in parte per sostenere le spese della festa, in parte per acquistare altri oggetti preziosi da aggiungere al tesoro. A fine processione, dopo il rientro del corteo in chiesa, il Santo viene svestito e il tesoro torna ad essere conservato con la massima segretezza dai Santini. Riguardo questa usanza che può, per certi versi, apparire curiosa e stravagante, occorre chiarire che, in generale, in molti paesi il culto di San Rocco è gestito da confraternite o famiglie e che, in molti luoghi, al Santo è legata la presenza cospicua di donativi ed ex voto preziosi. In particolare poi nella Valle subequana la religiosità popolare esprime la propria riconoscenza verso i Santi taumaturghi con offerte preziose, fino a costituire veri e propri tesori entro i depositi votivi dei santuari. AI riguardo si citano i tesori di San Donato a Castel Di Ieri e di Santa Gemma a Goriano Sicoli. Tutto questo, oltre a definire i caratteri etnici delle espressioni religiose, si riallaccia al fenomeno già detto della sostituzione del pantheon antico con le figure dei santi e nel caso specifico dei donativi richiama ai caratteri delle divinità plutoniche e ctonie preposte alla pioggia, in relazione alla vegetazione. Serramonacesca sorge alla falde della Maiella e ai bordi di uno dei bracci secondari del tratturo magno, ma soprattutto sorge all’ombra di San Liberatore a Maiella, la grande abbazia cassinese che la leggenda ricollega a Carlo Magno e la storia attribuisce, per quanto riguarda gli splendori della ricostruzione avvenuta tra il 1007 e 1019, al monaco Teobaldo. Tutto questo vuoi dire che il paese è cresciuto ed ha costruito la sua vicenda sociale nell’ambito della economia pastorale e della cultura monastica di impianto curtense. Ancora oggi certe attività sviluppatesi nella costruzione del complesso abbaziale, come la pratica dell’intaglio della pietra, mantengono una posizione importante nell’artigianato locale. Allo stesso modo alcuni caratteri della religiosità popolare sono riconducibili a consuetudini le cui origini vanno ricercate nei rapporti tra la classe monastica dominante e quella dei contadini sottomessi alla imposizione delle decime e dei tributi. In questa dimensione si inquadra la tradizione dei miejie, gli Omaggi, che il popolo di Serramonacesca attribuisce, la prima domenica di settembre a Sant’Antonio di Padova, detto in paese Sant’Antoniucce, per le modeste dimensioni di una artistica ed antica statua a cui è riferita la devozione popolare. Gli omaggi consistono in trofei vegetali, realizzati ricoprendo una struttura di canne a forma conica, con rami di felci, e sopra i quali vengono appesi gli oggetti che si intendono donare alla chiesa per contribuire alle spese della festa. Quasi ogni famiglia si impegna nella realizzazione di un miejie che, issato su una lunga pertica, viene recato solennemente e con gran seguito di pubblico di fronte al sagrato. Il trofeo può essere anche semplicemente un grosso ramo verde e biforcuto da cui pendono i doni, i quali sono di varia natura: da prodotti alimentari, come confezioni di pasta, a specialità gastronomiche e dolciarie e a produzioni tipiche del luogo. Abbondano infatti le forme di cacio pecorino, le bnze, i prosciutti, le soppressate, le uova. Ma un miejie può essere arricchito anche con una coppia di pollastri, di papere, oppure con bottiglie di vino, di liquore, barattoli di marmellata, caramelle e cioccolatini. lì-a i doni meno prevedibili può capitare di trovare biancheria intima, capi di vestiario, oggetti per la casa. Tutto è deposto fuori la porta della chiesa, durante la messa solenne delle undici e prima della processione, conclusa la quale gli omaggi vengono posti all’asta. Un banditore, ricorrendo a tutta la sua arte oratoria e alla sua dialettica, comincia a magnificare i trofei ad uno ad uno, elencando la ricchezza dei doni e la varietà del contenuto. Solitamente sono le stesse famiglie che hanno recato il dono a ricomprarlo a prezzo notevolmente superiore al suo valore reale, tra gli applausi degli astanti e le invocazioni di evviva a Sant’Antonio di Padova. Molte sono le considerazioni che si potrebbero fare sulla festa, a cominciare dai motivi per i quali attualmente il patrono del paese sia un santo francescano e non benedettino, come la presenza dell’antica abbazia farebbe immaginare. Si potrebbe inoltre considerare anche la collocazione temporale della festa, che raddoppia e sposta il giorno comunemente dedicato a Sant’Antonio di Padova, peraltro festeggiato a Serramonacesca. A Pacentro, la prima domenica di settembre, in onore della Madonna di Loreto, a cui è dedicata una piccola chiesa entro le mura urbane, i giovani del luogo corrono una spettacolare corsa a piedi scalzi. Dalla sommità di un costone roccioso posto di fronte l’abitato, al segnale dato dallo scampanio di Santa Maria di Loreto, i partecipanti scendono i fianchi scoscesi della montagna fino al torrente Vella e, sempre correndo, con i piedi spesso feriti e lacerati dalle pietre e dai rovi, risalgono le vie del paese e raggiungono l’altare della Madonna, dove si accasciano stremati. Al vincitore viene consegnato il palio che già delle prime ore del mattino viene esposto, sospeso ad un canna, alle finestre che si aprono sulla facciata principale della chiesa. Consiste in un taglio di stoffa di lana per confeziona-re un vestito da uomo, che un tempo costituiva un premio ambito e che al giorno d’oggi esprime solo una funzione simbolica e di prestigio. Dopo aver ricevuto le prime cure ai piedi feriti, il vincitore viene portato in trionfo per le vie di Pacentro, issato sulle spalle di una vociante comitiva di parenti ed amici, fino a casa, dove il vicinato organizza i festeggiamenti, distribuendo vino e biscotti a tutti gli intervenuti. L’uso di correre in occasione di feste religiose è una pratica molto antica e probabilmente appartenne anche alle popolazioni italiche che abitarono questa zona. Un tempo era diffusa in molti altri luoghi dell’Abruzzo, dove bambini nudi, con i fianchi cinti da un nastro, entravano correndo in chiesa, durante le funzioni solenni. A Pacentro questa tradizione, che sembra essere la sopravvivenza di antichi riti di iniziazione e passaggio dall’età puberale a quella adulta, è percepita con significati penitenziali e votivi ed è ritenuta una prassi sostitutiva del pellegrinaggio alla Santa Casa di Loreto, meta tradizionale della religiosità pastorale e contadina. Forcella, piccola frazione del comune di Teramo, ha un modo sicuramente suggestivo di festeggiare la ricorrenza della Madonna della Misericordia, che cade il 23 settembre. Verso mezzogiorno, dopo che i riti religiosi si sono conclusi, un corteo di giovani e precisamente un alfiere, due armigeri, di cui uno munito di lancia, l’altro di spada, un suonatore di grancassa ed uno di tamburo, escono dalla chiesa e si awiano, con gran seguito di folla, verso la piazza principale. L’alfiere o Presidente, affiancato dagli armigeri e preceduto dai suonatori che eseguono un motivo cadenzato sul tempo del 6/8, reca l’Insegna, con i cui lembi si copre la persona a mo di mantello. La bandiera consiste in un drappo quadrato di seta leggera, bipartita in bianco e giallo, dalle dimensioni di circa un metro e mezzo per lato, e fissato su un’asta sottile e maneggevole. Giunta sulla piazza del paese, la compagnia si ferma e, mentre il pubblico si dispone in circolo, i suonatori attaccano con più decisione il motivo conduttore della danza. L’alfiere, sempre impugnando la bandiera, si inginocchia in mezzo alla piazza e, dopo aver baciato un lembo della Insegna che, rialzatosi tiene spiegata in alto, incomincia a danzare sul ritmo del saltarelbo, fino a quando dal cerchio non avanzi un Pretendente, il quale, seguendo le prescrizioni degli armigeri, il cui compito è proprio quello di regolare lo svolgimento delle esibizioni, entra in ballo ed ottiene la consegna della bandiera. Uawicendamento dei danzatori è spontaneo e nessuno è escluso dal ballo a meno che un lembo del drappo non tocchi il suolo, nel qual caso gli armigeri lo invitano a consegnare immediatamente l’insegna ad un altro. Di passaggio in passaggio e tra gli incitamenti per gli esecutori più abili o maggiormente rappresentativi, il ballo dura più o meno un’ora, fino a quando l’alfiere non richiede l’insegna, con la quale, dopo averla baciata, si copre nuovamente le spalle e si avvia verso la propria abitazione. La danza è rigorosamente maschile e il fatto che da qualche anno alcune ragazze si cimentino pubblicamente nell’impresa dimostra che la tradizione sta subendo una caduta di stile e di motivazioni, assumendo, viceversa una folclorizzazione spettacolare che ne segna irrimediabilmente il declino. L’esecuzione, che richiede notevole prestanza fisica e senso ritmico, si svolge su di un passo a gambe rigide, in cui il peso del corpo è caricato sul piede anteriore che procede con un gioco di punta appoggio e battuta. L’ insegna è retta con la mano destra, mentre la sinistra, posta sul fianco o tenuta dietro la schiena, ha il compito di riequilibrare i movimenti del ballerino che subisce notevoli bilanciamenti, specie nelle variazioni che impongono una posizione inclinata. La danza rientra nel genere religioso che, per quanto strano possa sembrare, raggruppa una vasta gamma di espressioni coreutiche che tuttora mantengono una apprezzabile presenza nelle manifestazioni popolari. Se le danze religiose sono, sostanzialmente una forma di penitenza o di voto, esteriorizzata in onore dei Santi, le bandierate, oltre a questi motivi, hanno lo scopo di permettere l’esibizione di destrezza e valentia fisica in un tempo sacrale particolarmente significativo per l’intera comunità che rinnova i vincoli devozionali con la divinità protettrice. In altri termini, questo tipo di ballo era sentito, fino a qualche anno fa coscientemente, ora in modo più sfumato, come una esibizione pubblica di virilità, sia da parte dei giovani che pretendevano una partecipazione soggettiva alla vita pubblica, sia degli uomini maturi che, in questo modo, tendevano a consolidare e mantenere il prestigio acquisito.
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Le Tempora Le tempora di Avvento o dei fuochi invernali
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Le tempora di Avvento o dei fuochi invernali |
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La vendemmia e la raccolta delle olive costituiscono un’appendice piuttosto atipica rispetto al ciclo lavorativo dell’anno agricolo che, benché riconosca a questi due prodotti della terra un ruolo comprimario nella triade alimentare mediterranea, tuttavia resta sostanzialmente incentrato nella coltura cereale in cui la spiga appare come la massima espressione. Il tempo che segue la festività di Ogni Santi, è un tempo segnato dalla perdita della luce solare e da un oscuro senso di colpa che impone riti di purificazione che coinvolgono anche il mondo dei morti, considerati non solo come antenati e protagonisti della storia familiare, ma anche, in senso più globale, di forze e ricchezze sotterranee senza le quali la vita vegetativa sarebbe preclusa per sempre. In attesa del ritorno del Tempo ciclico che il mondo contadino identifica con il rinnovamento rurale, gli eventi festivi raccolti intorno alle Tempora di Avvento assumono la funzione simbolica di purificazione e di attesa. La festa di San Martino, dappertutto, è caratterizzata da momenti di spensieratezza e divertimento, nè l’Abruzzo si sottrae alba regola. Rumorose compagnie di questua, composte da ragazzi e bambini, la sera della vigilia girano di casa in casa, reggendo un’enorme zucca svuotata e trasformata in lume; allegre brigate improvvisano serenate scherzose all’indirizzo dei mariti infelici e affiatate comitive di amici, con la scusa del vino novello, e delle brumose serate dell’autunno incipiente, si ritrovano in pantagruelici convivi, intorno a montagne di salsicce rosolate, prelibati spiedi di rara cacciagione, sontuose porchette. Qualcuno riconosce nella consuetudine i resti del Capodanno celtico che la dominazione longobarda diffuse in vaste zone centro-settentrionali, insieme ad altre forme di religiosità, compreso il culto per il Santo guerriero della Pannonia, che concludeva il ciclo dei festeggiamenti per il nuovo anno agrario, aperto con la ricorrenza di Ognissanti. Ma a Scanno, la notte di San Martino acquista una suggestione diversa, forse perché la tradizione rivela caratteri più che altrove arcaici ed originali, o forse perché la particolare dimensione architettonica e naturale in cui è immerso il centro conferisce all’evento un fascino misterioso e coinvolgente. Il paese, già dalle prime ore del pomeriggio, si anima di un andirivieni festoso, di richiami gridati da strada a finestra, di mamme che raccomandano, inutilmente, la prudenza, mentre c’è un correre di ragazzi ad ammassare legna, frasche, ogni materiale che prometta di ardere e di far fumo a sufficienza, sulle alture di Cardella, della Plaia e soprattutto dinnanzi alla grotta di San Martino in contrada Decontra. Originariamente la festa si svolgeva solo in questa località in cui la leggenda narra presenze miracolose del Santo che si sarebbe rifugiato nelle cavità della montagna, ma da qualche anno i gruppi si dividono per rioni e improvvisano una competizione che raggiunge toni accesi di sfida. Intorno ai falò si vive un’atmosfera di grande allegria che accomuna tutto il gruppo dei partecipanti. Si improvvisano canti, balli, abbondanti libagioni in un clima di collettiva spensieratezza, sempre tenendo presente l’impegno di raggiungere effetti più spettacolari o, per lo meno, di far ardere la propria Gloria, meglio e più a lungo di quelle degli altri. L’aspetto competitivo, inseritosi recentemente, se in qualche modo può aver soverchiato atteggiamenti e valori, quali per esempio l’identificazione e la solidarietà del gruppo, ha però rifunzionalizzato l’evento di cui si stava perdendo la consapevolezza dei significati di base. Quanto sia antica la tradizione delle Glorie non è facile dirlo, mancando al proposito una sicura documentazione letteraria e dovendo ogni criterio valutativo affidarsi solo a quella orale. Un qualche aiuto è offerto dagli aspetti formali della festa che, allo stato attuale, non sembrano aver subito una sostanziale caduta di valori originari, i quali si inquadrano nel vasto scenario delle cerimonie di purificazione e rinnovamento proprie delle religioni primitive e naturalistiche in cui il fuoco è utilizzato come elemento liturgico e cultuale. Un’espressione rituale di grande spessore resta l’abitudine dei ragazzi di tingersi il viso con il nero della fuliggine prima di iniziare a ballare e cantare intorno al fuoco agitando grossi campanacci e oggetti atti a produrre frastuono. La loro presenza riconduce a motivi agrari e alla evocazione di forze nascoste ed oscure del mondo sotterraneo da cui dipendono la vitalità e la rinascita della vegetazione, in un momento di crisi e di incertezze quale è l’inizio dell’anno agrario e della produzione cereale che si apre con la semina. Del resto anche altri elementi concorrono a ritenere le Glorie un rituale vegetativo. La consegna del Palancone bruciato alla sposa novella di ogni rione e conseguente elargizione di donativi alimentari, con generale baldoria a base di vino e salsicce nella piazza del paese aderisce a certi rituali della fecondità presenti in tutte le espressioni del mondo agrario, e sullo stesso livello si colloca il Dolce con la Moneta, riservato ai bambini. Nell’uno e nell’altro caso la logica delle civiltà primitive, discesa poi in quelle tradizionali, mette in atto una struttura cerimoniale all’interno della quale ciascuna componente del gruppo si pone come immagine speculare della divinità e assume un ruolo metastorico condizionato al momento festivo. Quindi la Sposa Novella rappresenta, per una similitudine di condizione, la giovane Grande Madre sacrificata per il bene comune nelle oscurità del sottosuolo, dove ha assunto la funzione di padrona e dispensatrice delle ricchezze, così come i bambini di casa, premiati con la Moneta nascosta nel Dolce, sono il tramite tra il mondo degli uomini e quello dell’eterno ritorno alla giovinezza divina. Ma quanto di complesso e cerebrale può esserci in ogni interpretazione antropologica, a Scanno si scioglie in una naturalezza vissuta. Le Glorie di San Martino sono semplicemente una festa d’autunno in cui i ragazzi imparano a diventare grandi e i grandi si ricordano di quando erano bambini e il paese riannoda la trama delle tradizioni in cui riemerge il carattere della stirpe. In Abruzzo e in Puglia, due regioni la cui storia economica e sociale si è costruita intorno alla pastorizia, San Nicola ha molti altari e cappelle che fanno riferimento alla grande basilica di Bari. Ed ha anche molte case, ovvero le antiche sedi di corporazioni e confraternite, che un tempo furono importanti punti di riferimento, oltre che centri economici e culturali, in grado di gestire la complessa struttura della transumanza, e che oggi sono depositane dei cerimoniali legati alla religiosità popolare. Una di di queste case si trova a Pollutri, paese posto ai bordi del Tratturo Magno che da L’Aquila raggiungeva Foggia, dove il Santo vescovo di Mira è festeggiato due volte l’anno: la prima domenica di maggio e il 6 dicembre. In questa seconda ricorrenza la casa di San Nicola vive, a ricordo dei tempi in cui tra le sue mura si svolgevano importanti contratti e transazioni, il suo momento più importante. Il primo giorno della Novena, al suono della campana maggiore della chiesa, detta appunto di San Nicola e alla quale sono attributi patronati antitempestari, il priore della confraternita riapre i locali e vi accoglie per la preghiera serale tutti i confrati, le loro famiglie, il procuratore e i Deputati della festa. Contemporaneamente le donne iniziano i preparativi delle panicelle, completando i giri di questua per la raccolta del frumento e avviando le operazioni di macina. La vigilia la casa si riempie di insolita animazione. Su lunghi tavoli si provvede a preparare la massa che una volta Iievitata verrà lavorata a forma di piccoli pani su cui viene impresso l’antico e sacro sigillo del Santo. Il rito è scandito dal solenne rintocco della campana che accompagna anche la lunga teoria delle ragazze che, mantenendo in equilibrio sul capo le lunghe tavole su cui sono poste le panicelle si recano a cuocerle nel forno. Il 6 dicembre, dopo le funzioni religiose e la processione, in cui viene condotto per le vie del paese un prezioso busto argenteo, capolavoro di scuola napoletana, nel primo pomeriggio ha inizio il rito della cottura delle fave. In piazza i deputati della festa preparano sette enormi caldaie colme di fave precedentemente ammorbidite in un lungo ammollo nell’acqua. Al primo tocco del campanone si provvede a dare fuoco alle fascine. A questo punto l’entusiasmo popolare raggiunge il massimo e ognuno tifa per il cabdaio abbinato al proprio quartiere e o alla propria corporazione. Infatti è consuetudine che il caldaio che bollirà per primo riceverà un premio e, soprattutto, le felicitazioni di tutti i pollutresi che dallo svolgimento del rito traggono auspici di benessere e prosperità. Le fave, poi, una volta cotte, vengono distribuite insieme alle panicelle e consumate per devozione. La tradizione, che mostra complessi aspetti mitici che si ricollegano a rituali antichissimi in cui entrano le valenze ctonie e sacrali delle fave, i concetti solari e del ritorno ciclico del tempo, ha una sua spiegazione popolare. Una leggenda di fondazione riferisce che San Nicola, Santo dell’abbondanza, come dimostra anche la manna che si distribuisce a Bari e le palle d’oro che tiene in mano nella iconografia corrente, avrebbe salvato la gente di Pollutri, durante una terribile carestia, moltiplicando a dismisura proprio un pugnetto di fave. L’uso di accendere fuochi durante il periodo che precede o segue immediatamente il solstizio d’inverno è diffuso in tutta l’Europa dove, a seconda dei luoghi e delle circostanze, acquista caratteri propri. Ovunque, però, il valore generale resta quello del rinnovamento propiziatorio, dell’interruzione simbolica del quotidiano a favore del tempo sacro e primordiale in cui si colloca ogni rifondazione. Nascono così le licenze di dicembre, quelle stesse su cui i Latini impostavano le celebrazioni di Giano che precedevano in ordine cronologico quelle di Saturno ed entro le quali, in ambito mediterraneo, si confrontavano le antinomie della cultura pastorale e di quella agricola. In questo contesto si collocano i Faugni di Atri, in cui anche il nome, quando si accetti l’interpretazione che vi individua la forma volgarizzata di Fauni ignis, riconduce a misteriose ed antiche simbologie solari connesse ad un concetto panico della natura. Il fatto che la tradizione si svolga in onore della Concezione Immacolata di Maria e che, nella formalizzazione attuale, si esprima entro le coordinate della devozione cattolica, non ha annullato le valenze archetipiche del rito che mostra ancora, sia pure a livello di suggestione, i caratteri iniziatici e misterici, propri dei cerimoniali agrari in cui entra a far parte una divinità femminile. All’alba dell’8 dicembre, quando le ombre sono ancora fitte, gli atriani danno vita ad una spettacolare processione, durante la quale raggiungono la cattedrale facendosi lume con grossi fasci di canne, tenuti stretti da legacci vegetali. Spesso, al rintocco dell’antica campana del tempio mariano, dalle varie contrade o dai quartieri della città, si muovono compagnie saImodianti che raggiungono la piazza della chiesa, recitando preghiere e intonando inni religiosi. Lo spettacolo, anche per lo scenario storico ed artistico in cui si svolge, è di grande effetto e suscita la commossa partecipazione degli astanti. Un particolare significativo che ricollega i faugni di Atri alle antiche feste latine è che, durante la processione, i giovani, senza che alcuno ritenga il comportamento disdicevole al raccoglimento del corteo, si divertono a sparare micce e mortaretti con il dichiarato intento di farsi notare e avvicinare le ragazze. Il rito si conclude con l’ascolto della messa mattutina, all’uscita della quale, quando ormai è giorno fatto, gli atriani si ritrovano sul sagrato, su cui si apre il bellissimo portale di Rainaldo, per ascoltare le note della banda musicale e scambiarsi auguri di prosperità e di pace. |
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Le Feste Contadine in Abruzzo |
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